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Il sorriso di un medico è contagioso |
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Dott. Francesca Gaia Rossi Medico Specializzando in Ematologia
Milano, un venerdì di settembre, festa a sorpresa a casa di amici per un compleanno…il mio. Il calore creato intorno a me dai compagni di una vita è come un fuoco che scalda ed ipnotizza, che fa dimenticare la stanchezza di una settimana di lavoro sulle spalle…Non smetto un secondo di sorridere, felice. Ad un certo punto mi giro e… noto lo sguardo interrogativo degli amici. “Ehi, che c’è che non va da guardarmi in quel modo?” “Niente, è che…come fai a sorridere così nonostante le giornate che vivi in Ospedale? Come fai a non portare con te la tristezza dei tuoi malati, l’angoscia della loro malattia, il peso della parola leucemia che così spesso pronunci?” Ecco, ci risiamo! Sempre la solita domanda… riuscirò questa volta a dare una risposta convincente?
Ripenso al mio primo impatto con il Padiglione di Oncoematologia dove lavoro da quasi tre anni.
Milano, un lunedì mattina di febbraio, sala d’aspetto gremita di pazienti, alcuni visibilmente sofferenti, altri di cui immagini la pregressa malattia dall’ansia tangibile che li accompagna nell’attesa della visita di controllo, ma… scorgo anche sorrisi, ora appena accennati, a denti stretti, ora aperti, luminosi, contagiosi, fiduciosi. Fanno capolino dalle porte degli ambulatori medici ed infermieri… anche sui loro volti scorgo sorrisi, ora appena accennati, a denti stretti, ora aperti, luminosi, contagiosi, fiduciosi… Chi contagia chi? Non mi resta che indossare il camice, mettermi a lavorare, cercare di imparare al meglio il mio mestiere di ematologo e svelare il “mistero” di questa strana epidemia di sorrisi nel Reparto di Oncoematologia.
Bene, sono certa di avere ancora molta strada da fare nel mio percorso di medico in formazione, ma credo di aver almeno in parte capito la dinamica della “catena di contagio”... Non è semplice comunicare ad una persona che ha un tumore del sangue e non è semplice, né ritengo onesto nei confronti del malato, farlo con leggerezza, senza prepararlo, seppur per gradi, al percorso lungo ed in salita che lo attende per curare la sua patologia. La malattia è sofferenza, medico e paziente sanno che è impensabile scindere l’una dall’altra. Il vero sforzo però sta nel testimoniare che è possibile provare a convertire le emozioni negative legate alla sofferenza in energia positiva per affrontare con quanta serenità possibile il cammino della malattia. Una fatica tale – perché sia ben chiaro, non stiamo parlando certo di una cosa f a c i l e ! – n o n può essere caricata unicamente sulle spalle del malato e delle persone amate c h e r u o t a n o intorno a lui, anche il medico deve fare la sua parte. Non basta approntare uno schema di terapia per curare la malattia, bisogna far percepire con le parole, gli atteggiamenti, i fatti che stiamo curando il paziente nella sua interezza di persona. E non basta essere medico per garantirsi di diritto un posto accanto ai propri malati durante il cammino, bisogna guadagnarselo. La fiducia e la collaborazione paziente del malato sono fondamentali per raggiungere qualsiasi risultato terapeutico e credo che queste due armi indispensabili nella lotta alla malattia siano ottenibili solo impostando con esso un rapporto di sincera e continua comunicazione.
Dalla comunicazione inizia il processo di metabolizzazione della malattia da parte del paziente e, solo a questo punto può nascere, se lui lo vorrà, la spontanea condivisione della sofferenza ed iniziare il lavoro di “conversione positiva” della stessa. Il dolore condiviso diviene meno doloroso e lascia lo spiraglio necessario perché si insinui un primo accenno di sorriso sul volto del malato.
Attenzione, il contagio è iniziato! E a questo punto, credetemi, è impossibile che questo sorriso, anche solo accennato, non si diffonda come una vera epidemia e non getti le basi per continuare a sorridere, seppur spesso a fatica, durante le fasi più impegnative della malattia.
Sorridere diviene una vera e propria ginnastica di positività ed equilibrio interiore ed il reparto una palestra dove medici, infermieri, pazienti, familiari si allenano e si sostengono a vicenda.
Sono tre anni che varco la soglia del mio reparto sorridendo ai miei malati e vengo accolta quasi sempre con altrettanti sorrisi. E non voglio dimenticare nemmeno per un momento con quanto sforzo a volte questi affiorino sui loro volti. Mi serve per ricordare che nessun motivo può essere dunque valido per non fare l’untrice e dare il via all’epidemia, cercare di sorridere sempre per prima. book |
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